1970 – 1980: Il decennio del pessimismo
di Bruno Pischedda (Università degli Studi di Milano)

Le narrazioni di tema catastrofico appaiono con insistenza, in Italia, a partire dalla seconda metà del secolo appena concluso. Inaugura la serie uno sconosciuto scrittore di nome Dante Virgili, che nel 1970 dà alle stampe La distruzione, forse l’unico romanzo filo-nazista di epoca repubblicana. Segui-ranno presto autori blasonati o in via di pubblico riconoscimento come Mario Soldati, Lo smeraldo, 1974; Pier Paolo Pasolini, Petrolio, abbozzato nel qua-driennio 1972-1975 e publicato postumo nel 1992; Guido Morselli, Dissipatio H.G., composto nel 1973 e pubblicato postumo nel 1977; Salvatore Satta, Il giorno del giudizio, composto nel quinquennio 1970 – 1975 e pubblicato po-stumo nel 1977; Carlo Cassola con la trilogia Il superstite, Ferragosto di mor-te e Il mondo senza nessuno, 1978, 1980, 1982; Paolo Volponi, Il pianeta irri-tabile, 1978, Antonio Porta, Il re del magazzino, 1978; Luigi Compagnone, L’allegria dell’orco, 1978, Elsa Morante, Aracoeli, 1982.

Almeno tre sono le cause storiche he favoriscono una tale vulgata. 1 – L’acuirsi della tensione tra Usa e Urss, e il rischio sempre incombente di con-flitto atomico. 2 – La crisi petrolifera dell’inverno 1974, con le politiche di Austerity e di contenimento dei consumi che vi faranno seguito. 3 – Il dispie-garsi nel paese di una civiltà di massa adempiuta, edonista, interclassista, a-mericaneggiante, in cui gli intellettuali scrittori sempre meno riescono a rico-noscersi. Seppure in modo diverso, e con diverse alchimie, tutti e tre i motivi si combinano nei romanzi apocalittici del periodo. Chi li organizza secondo un buio sentimento di catastrofe, e assegna un un ruolo fondamentale al punto di vista; e chi ne trae spunto per una profezia escatologica concretamente nar-rta. E ancora: chi si avvale della metapsicologia di Freud, e basa il racconto su concetti come Regressione e Impulso di morte; e chi – ma spesso contempo-raneamente – si affida a una metafisica religiosa di tipo gnostico, anti-co-smico, che vede nel gesto divino della Creazione la colpa primordiale.

È il tempo della massima crisi delle dottrine storiciste. Mai come ora il decorso evolutivo delle civiltà occidentali e della specie uomo nel suo insieme viene messo in causa. Il Moderno, progetto ancora incompiuto secondo taluni, si rivela un apice di ambizione tecnica e scientifica oltre il quale non c’è che distruzione. In quanto al romanzo, ciò che ne discende non è un vero e proprio sottotipo, riconosciuto e codificabile. Tuttavia un motivo pare attraversare l’intero corpus in esame: il motivo del viaggio tra le rovine, la contemplazio-ne itinerante del disastro; quasi un ribaltamento disforico della tradizione pi-caresca, che alla vitalità arguta del protagonista sostituisce il compianto (e magari anche il compiacimento) per la Fine.